La settimana terminata venerdì 4 settembre lascia sui mercati una sensazione apparentemente contraddittoria.
Da una parte abbiamo un’economia americana che continua a mostrare una capacità di resistenza superiore alle attese, un mercato del lavoro che improvvisamente torna a sorprendere al rialzo, una Federal Reserve che dopo Jackson Hole ha rimesso concretamente sul tavolo la possibilità di un nuovo rialzo dei tassi e un Treasury decennale ormai stabilmente vicino al 4,80%.
Dall’altra abbiamo un mercato delle commodity che continua a segnalare problemi di disponibilità fisica, logistica e approvvigionamento che non sembrano compatibili con uno scenario di domanda globale in caduta.
E qui sta probabilmente la chiave per capire questa fase.
Non siamo davanti a un semplice trade di reflazione e non siamo neppure davanti a una semplice crisi geopolitica. Siamo davanti a uno shock dell’offerta che sta progressivamente contaminando le aspettative di inflazione e, attraverso l’inflazione, la politica monetaria.
Il petrolio rappresenta perfettamente questa situazione.
Il WTI ottobre ha chiuso venerdì a 91,48 dollari, con un guadagno settimanale vicino al 10%. Il Brent novembre ha chiuso a 96,28 dollari, guadagnando circa il 7,6% nella settimana.
Ma fermarsi al prezzo outright significa perdere gran parte della storia.
Il contratto WTI ottobre quota 91,48 dollari, novembre 88,57, dicembre 85,46. Lo spread fra primo e secondo contratto è quindi arrivato a circa +2,91 dollari per barile.
Questa non è una backwardation normale.
È una curva che sta urlando richiesta di petrolio immediatamente disponibile.
Contemporaneamente il 3:2:1 crack spread è ancora intorno ai 62 dollari per barile, mentre il crack dei distillati si avvicina addirittura ai 100 dollari per barile.
Le raffinerie americane stanno lavorando intorno al 98% della capacità, il livello più elevato per questo periodo da anni, le scorte commerciali di crude sono diminuite di altri 4,5 milioni di barili, le scorte di benzina sono circa il 6% sotto la media quinquennale e quelle dei distillati circa il 14% sotto la media.
E il diesel americano è arrivato a prezzi record.
Questi non sono segnali di abbondanza.
Sono segnali di tensione.
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz continua a funzionare molto al di sotto della normalità. I dati AIS sono necessariamente incompleti perché una parte delle navi attraversa lo Stretto a transponder spento, ma nella giornata di giovedì sono stati rilevati appena quattro transiti di navi commodity, contro una media degli ultimi dieci giorni di circa quindici.
Prima della guerra il traffico commerciale complessivo era di tutt'altra dimensione.
Eppure, ogni volta che arriva una dichiarazione di possibile de-escalation, il mercato finanziario reagisce come se il problema fosse improvvisamente risolto.
È qui che continua ad avere importanza il ruolo degli algoritmi.
Quando parlo di manipolazione algoritmica bisogna naturalmente distinguere fra una manipolazione dimostrabile in senso giuridico o regolamentare, per la quale non abbiamo elementi pubblici sufficienti, e il funzionamento concreto di un mercato ormai dominato da sistemi automatici capaci di reagire in pochi millisecondi alle headline.
La dinamica è abbastanza evidente.
Titolo positivo sulla diplomazia: vendita di futures.
Dichiarazione secondo cui Hormuz sta tornando alla normalità: vendita.
Trump o un funzionario americano parlano di possibile accordo: vendita.
Notizia di un aumento teorico della produzione OPEC+: vendita.
Poi magari passano alcune ore e si scopre che l'accordo non esiste, che quattro navi hanno attraversato Hormuz, che il diesel crack è vicino a 100 dollari e che la curva WTI è in backwardation di quasi tre dollari sul primo spread.
Ma l'algoritmo non legge il mercato fisico. Legge la notizia.
Il risultato è che il premio geopolitico viene continuamente compresso sul mercato finanziario, per poi essere ricostruito quando i fondamentali tornano inevitabilmente a imporsi.
La settimana appena trascorsa sembra essere stata proprio uno di questi momenti.
Dopo settimane durante le quali il prezzo del crude era rimasto sorprendentemente contenuto rispetto alla situazione fisica, il mercato ha iniziato nuovamente a pagare la scarsità.
E arriva nel weekend un'altra notizia importante: OPEC+ ha deciso domenica di lasciare invariata la politica produttiva per ottobre, interrompendo almeno per il momento la sequenza di incrementi degli ultimi mesi.
Quindi lunedì 7 settembre ci troviamo davanti a un mercato dell'energia che, se guardiamo i fondamentali e non le headline, rimane strutturalmente molto più teso di quanto suggerisse il prezzo ancora poche settimane fa.
C'è però un secondo grande problema: questa energia più cara sta tornando dentro la funzione di reazione della Fed.
Il discorso di Kevin Warsh a Jackson Hole del 28 agosto è stato probabilmente sottovalutato nella prima lettura.
Warsh non ha semplicemente detto che l'inflazione resta alta.
Ha sostanzialmente detto che il target del 2% non è negoziabile e che, se la Federal Reserve non avrà sufficiente fiducia nel fatto che l'inflazione stia tornando verso quel target con una velocità adeguata, avrà ancora “lavoro da fare”.
Tradotto per il mercato: il ciclo restrittivo potrebbe non essere terminato.
Il mercato è arrivato alla settimana appena conclusa già con questo messaggio in testa.
Poi giovedì Christopher Waller ha parzialmente raffreddato la narrativa, spiegando che sarebbe disposto a mantenere i tassi invariati se i prossimi dati confermassero il rallentamento dell'inflazione.
Azioni, metalli preziosi e Bitcoin hanno immediatamente reagito al rialzo.
Venerdì è arrivato il payroll.
Ed è cambiato di nuovo tutto.
Gli Stati Uniti hanno creato 162.000 nuovi posti di lavoro ad agosto, quasi tre volte i 56.000 attesi dal consenso. Il dato di luglio è stato inoltre rivisto da -23.000 a +21.000 e complessivamente giugno e luglio sono stati rivisti al rialzo di 55.000 unità.
La disoccupazione è rimasta al 4,1%.
La partecipazione alla forza lavoro è salita al 61,6%.
I salari orari medi crescono ancora del 3,1% annuale.
Non è un mercato del lavoro in accelerazione inflazionistica, perché la crescita salariale continua lentamente a raffreddarsi. Ma soprattutto non è un mercato del lavoro che obbliga la Federal Reserve a preoccuparsi della recessione.
E questa differenza è fondamentale.
Se l'occupazione tiene e contemporaneamente petrolio, diesel, trasporti e altre materie prime spingono verso l'alto i costi, la Fed può concentrarsi sull'inflazione.
La probabilità implicita di un rialzo dei tassi nella riunione del 15-16 settembre è così tornata intorno al 57-60%.
La prossima settimana sarà quindi dominata da una parola: inflazione.
Giovedì arriverà il PPI.
Venerdì arriverà il CPI di agosto.
E il CPI potrebbe realmente decidere cosa farà la Fed pochi giorni dopo.
Per questo la settimana che inizia lunedì 7 settembre sarà molto particolare.
Lunedì i mercati americani resteranno chiusi per il Labor Day. Avremo quindi una settimana corta, con volumi probabilmente ridotti all'inizio, ma con una concentrazione enorme di rischio nella seconda parte.
Per le commodity agricole venerdì arriverà inoltre il WASDE di settembre, insieme al nuovo Crop Production Report.
Quindi avremo contemporaneamente inflazione, tassi, geopolitica, energia e USDA.
Non sarà una settimana normale.
La parola chiave del Commodity Report n. 536 è quindi divergenza.
Divergenza fra prezzo finanziario e mercato fisico.
Divergenza fra VIX e rischio geopolitico.
Divergenza fra tassi reali molto elevati e oro ancora sopra 4.400 dollari.
Divergenza fra una Fed che prova a comprimere l'inflazione e un'offerta globale di molte commodity che continua a subire shock climatici, logistici e geopolitici.
Vediamo tutto nel dettaglio.
1) MACRO: INDICI, TREASURY 10Y, DOLLARO E VIX
Wall Street ha chiuso venerdì in leggero ribasso dopo il dato sul lavoro.
Lo S&P 500 cash ha terminato a 7.718,60, perdendo lo 0,38% venerdì ma mantenendo un marginale +0,1% nella settimana.
Il Nasdaq Composite ha chiuso a 26.506,99, -0,29% venerdì ma circa +0,4% nella settimana.
Il Dow Jones ha chiuso a 53.414,25, -0,51% venerdì e circa -0,3% nella settimana.
Quello che colpisce è quanto poco l'azionario abbia risentito, almeno finora, dell'aumento dei rendimenti obbligazionari.
Il Treasury 10Y ha chiuso intorno al 4,77-4,78%, dopo aver nuovamente sfiorato area 4,80%.
Il biennale è tornato intorno al 4,37%.
Il trentennale resta sopra il 5,20%.
Sono rendimenti importanti.
Il mercato obbligazionario non sta semplicemente prezzando una Fed leggermente più hawkish. Sta cominciando a mettere insieme più problemi contemporaneamente: inflazione, deficit fiscale, quantità di debito da finanziare, forte domanda di capitale proveniente dagli investimenti AI e un premio a termine che non vuole più tornare sui livelli estremamente bassi degli anni passati.
Questo significa che il 10Y diventa probabilmente il principale livello macro da osservare.
Sotto 4,70%, potremmo vedere una riapertura del trade growth: Nasdaq, metalli preziosi e Bitcoin avrebbero spazio per recuperare.
Fra 4,70 e 4,85%, il mercato può ancora convivere con i rendimenti.
Sopra 4,85-4,90%, invece, la situazione diventerebbe più delicata.
A quel punto il costo del capitale comincerebbe a mettere realmente sotto pressione multipli azionari, credito, immobiliare e tutte le attività a duration elevata.
Lo stesso discorso vale per il dollaro.
Il Dollar Index ha chiuso intorno a 99,18, quindi ancora sotto 100.
La reazione al payroll è stata significativa ma non esplosiva: il dollaro ha provato a salire sopra la media mobile a 200 giorni in area 99,2/99,3, senza però riuscire a costruire un vero breakout.
Questo è interessante.
Se il mercato fosse completamente convinto di una nuova fase aggressiva della Fed, probabilmente avremmo già un DXY sopra 100.
Il fatto che il dollaro resti sotto quella soglia significa che permangono dubbi sulla sostenibilità di una politica monetaria ancora più restrittiva e anche sul quadro fiscale americano.
Per le commodity, 100 resta quindi il primo spartiacque.
Sopra 100-100,50 aumenterebbe la pressione su oro, argento, rame, grains e Bitcoin.
Sotto 99 e soprattutto sotto 98,50 si aprirebbe invece uno scenario molto più favorevole all'intero complesso delle materie prime.
Infine il dato forse più strano di tutti: il VIX ha chiuso a 14,53.
È praticamente invariato rispetto alla settimana precedente.
Guerra Iran-USA.
Hormuz fortemente rallentato.
Petrolio +10% in una settimana.
10Y vicino al 4,80%.
Fed potenzialmente pronta a rialzare i tassi.
CPI decisivo fra pochi giorni.
E VIX a 14,5.
Questo non significa necessariamente che il mercato sia irrazionale. Significa che gli operatori azionari ritengono ancora il rischio controllabile e localizzato.
Ma proprio per questo considero il VIX uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione.
Finché resta sotto 17-18, la propensione al rischio rimane sostanzialmente intatta.
Sopra 20 comincerebbe una fase diversa.
Sopra 25, soprattutto accompagnato da 10Y sopra 4,85%, avremmo probabilmente una correzione azionaria molto più seria.
BIAS SETTIMANALE MACRO: prudente sull'azionario. Non ancora bearish strutturale, ma il rapporto rischio/rendimento peggiora con il 10Y vicino al 4,80%. Il CPI di venerdì sarà probabilmente il vero spartiacque. Preferisco non inseguire gli indici sui massimi prima del dato.
2) BITCOIN
Bitcoin ha vissuto praticamente in quarantotto ore l'intero dibattito della Federal Reserve.
Giovedì, dopo le dichiarazioni relativamente più accomodanti di Waller, il prezzo è salito violentemente, tornando sopra 82.000 dollari e raggiungendo i livelli più elevati da maggio.
Venerdì, dopo il payroll, il movimento si è quasi completamente invertito.
Il future CME settembre ha chiuso a 80.055 dollari, dopo un massimo della seduta oltre 82.500 e un minimo sotto 79.000.
Sul mercato spot il Bitcoin ha terminato la settimana in area 79.500/80.000.
Questo conferma una cosa che stiamo osservando da tempo: in questa fase Bitcoin è molto meno “oro digitale” di quanto racconti la narrativa e molto più asset di liquidità ad alta duration.
Quando scendono i rendimenti reali, si indebolisce il dollaro e aumenta la probabilità di una Fed accomodante, Bitcoin sale.
Quando il mercato prezza tassi più alti, sale il 2Y e aumenta il dollaro, Bitcoin viene venduto.
Questo non elimina naturalmente la componente strutturale: ETF, adozione istituzionale e scarsità dell'offerta restano elementi importanti.
Ma nel brevissimo periodo è il tasso reale a comandare.
I livelli sono abbastanza chiari.
77.000 dollari è il primo supporto.
Sotto 77.000 tornerebbe rapidamente in gioco area 74.000/75.000.
Al rialzo la barriera è 82.500/83.000.
Un breakout weekly credibile sopra 83.000 avrebbe un significato importante e potrebbe aprire spazio verso 86.000 e successivamente 90.000.
BIAS SETTIMANALE BITCOIN: neutral/rialzista sopra 77.000, ma fortemente condizionato dal CPI. Un'inflazione inferiore alle attese potrebbe produrre un breakout sopra 83.000; un CPI caldo e 10Y sopra 4,85% potrebbero riportarlo rapidamente verso 74.000/75.000.
3) ENERGIA – CRUDE OIL
Questa è probabilmente la sezione più importante del report.
Il WTI ottobre ha chiuso a 91,48 dollari, guadagnando quasi il 10% nella settimana.
Il Brent novembre ha chiuso a 96,28 dollari, con un guadagno settimanale superiore al 7%.
Il movimento nasce dalla ripresa degli scontri fra Stati Uniti e Iran, ma non soltanto.
Durante la settimana gli attacchi americani in Iran sono stati i più intensi da luglio e Teheran ha risposto con nuovi lanci e nuove minacce.
Nel weekend la situazione resta estremamente delicata.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha dichiarato che eventuali nuovi attacchi americani riceveranno una risposta ancora più dolorosa.
Gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane in risposta agli attacchi contro asset navali americani.
L'Iran continua a minacciare direttamente la navigazione nello Stretto.
Parallelamente Washington sta cercando di aumentare la pressione economica su Teheran attraverso sanzioni e blocco delle esportazioni.
Questo crea un equilibrio estremamente instabile.
Gli Stati Uniti hanno interesse a mantenere aperto Hormuz senza concedere all'Iran il controllo politico dello Stretto.
L'Iran ha interesse a dimostrare di poter ancora rendere costoso il transito, perché una normalizzazione completa della navigazione eliminerebbe una delle ultime vere leve strategiche rimaste a Teheran.
Per questo continuo a ritenere riduttiva la domanda “Hormuz è aperto o chiuso?”.
La vera domanda è: quanta capacità può transitare, con quale regolarità, a quale costo assicurativo e con quale probabilità di interruzione?
Quattro navi commodity osservate giovedì contro una media recente di circa quindici sono un dato difficilmente compatibile con il concetto di normalità.
È vero che esistono transiti AIS-dark.
È vero che vengono effettuati trasferimenti ship-to-ship.
È vero che il mercato logistico si sta adattando.
Ma adattamento non significa normalizzazione.
Significa che l'industria sta pagando un costo crescente per aggirare il problema.
Ed è qui che la curva futures diventa decisiva.
Ottobre 91,48.
Novembre 88,57.
Dicembre 85,46.
Gennaio 82,78.
Lo spread ottobre-novembre è +2,91 dollari.
Ottobre-dicembre supera addirittura i 6 dollari.
È una backwardation enorme.
La curva dice chiaramente che il mercato attribuisce un valore molto elevato al barile disponibile oggi rispetto al barile disponibile fra due o tre mesi.
Questa è la parte che il prezzo outright continua a raccontare male.
Se guardassimo soltanto 91 dollari potremmo dire: petrolio caro ma non in emergenza.
Se guardiamo lo spread, il diesel crack e le scorte, la fotografia cambia.
Gli Stati Uniti hanno registrato un draw di 4,5 milioni di barili, portando le scorte commerciali a circa 424,5 milioni.
Le raffinerie lavorano al 98%.
Le esportazioni crude americane sono salite fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno.
Le scorte di benzina sono scese a circa 205,7 milioni, il 6% sotto la media quinquennale.
Le scorte di distillati sono appena 104,2 milioni, circa il 14% sotto la media.
Sulla East Coast la disponibilità di distillati è eccezionalmente bassa.
Il diesel retail americano ha raggiunto circa 5,85 dollari al gallone.
Quindi il problema non è semplicemente quanto crude esista sulla carta.
Il problema è dove si trova, come si trasporta, quale qualità è disponibile e quanto costa trasformarlo nel prodotto che l'economia realmente consuma.
Ed è proprio per questo che il crack spread è fondamentale.
WTI 1-2 SPREAD
Lo spread primo-secondo contratto a circa +2,91 dollari/barile è forse il dato più rialzista dell'intero complesso energetico.
Una backwardation così ampia incentiva chi possiede scorte a venderle oggi anziché conservarle.
Questo tende a ridurre ulteriormente gli inventory.
Ed è esattamente l'opposto di ciò che normalmente vedremmo in un mercato convinto che l'offerta sia abbondante.
Se nelle prossime settimane lo spread restasse sopra +2 dollari, anche con WTI fermo intorno a 90, continuerei a leggere il mercato come strutturalmente bullish.
Una riduzione dello spread sotto +1 sarebbe invece il primo segnale di normalizzazione fisica.
Non guarderei quindi soltanto il prezzo del future.
Guarderei il 1-2 ogni giorno.
CRACK SPREAD
Il 3:2:1 crack è intorno ai 62 dollari per barile.
Il gasoline crack è sopra 40.
Il distillate crack sfiora 100 dollari per barile.
Sono valori estremamente elevati.
Il dato dei distillati è quello che mi preoccupa maggiormente perché diesel e heating oil entrano praticamente ovunque: trasporti, logistica, agricoltura, macchinari, industria.
Quindi il rischio non è soltanto petrolio più caro.
È petrolio che, attraversando la raffinazione, diventa inflazione molto più rapidamente del normale.
Ed è qui che energia e Federal Reserve si incontrano.
Se il crude resta sopra 90 e i crack rimangono su questi livelli, nei prossimi dati di inflazione potremmo vedere progressivamente propagarsi il costo dell'energia anche nelle componenti non strettamente energetiche.
Questo renderebbe il lavoro della Fed estremamente difficile.
Nel weekend OPEC+ ha poi deciso di non aumentare ulteriormente la produzione in ottobre.
È una decisione importante soprattutto psicologicamente.
Per mesi il mercato ha venduto ogni volta che compariva la narrativa “OPEC+ aumenterà la produzione”.
Adesso l'aumento si ferma.
E soprattutto molti paesi OPEC+ non riescono comunque a produrre quanto previsto dalle quote, anche per le conseguenze della guerra.
Anche la Russia sta vivendo una situazione complicata. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno ridotto la produzione di prodotti raffinati e Mosca ha dovuto limitare alcune esportazioni di carburante per proteggere il mercato interno.
Quindi anche qui la semplice frase “la Russia può esportare più crude” non racconta tutta la storia.
Se una raffineria viene colpita, in alcuni casi aumenta temporaneamente il crude disponibile per l'export. Ma diminuiscono diesel e benzina.
Il mercato mondiale oggi ha bisogno soprattutto di prodotti raffinati.
BIAS SETTIMANALE WTI: RIALZISTA.
Il mercato arriva però da quasi +10% in una settimana, quindi non inseguirei movimenti verticali.
Area 89/90 dollari diventa il primo supporto.
Sotto abbiamo 87/88.
Finché WTI resta sopra 88 e il 1-2 resta sopra +2 dollari, considero ogni correzione principalmente una correzione dentro un trend rialzista.
Al rialzo, sopra 92/93 vedo area 95, poi 98/100.
Una vera escalation su Hormuz potrebbe ovviamente produrre movimenti molto più violenti.
Il principale rischio bearish non è l'OPEC. È un accordo diplomatico credibile accompagnato da dati verificabili di normalizzazione dei transiti.
Non una dichiarazione.
Non una headline.
Dati fisici.
Finché quelli non arrivano, il bias resta rialzista.
4) NATURAL GAS
Il Natural Gas americano ha chiuso venerdì a 2,975 dollari/MMBtu, guadagnando circa il 3% nella settimana.
Il mercato continua a trovare una barriera psicologica importante a 3 dollari, ma i fondamentali stanno lentamente diventando più interessanti.
Le temperature ancora elevate sostengono il power burn.
Le ultime iniezioni negli storage sono state inferiori alla media stagionale.
La regione South Central mostra una situazione più tesa rispetto allo scorso anno.
Contemporaneamente la produzione americana resta molto elevata e gli storage complessivi non sono ancora in una situazione di emergenza.
Questo spiega perfettamente perché il mercato continui a combattere intorno a 3 dollari.
C'è però un elemento internazionale che non bisogna ignorare.
La guerra nel Golfo ha creato enormi difficoltà alla logistica LNG del Qatar.
QatarEnergy ha esteso fino all'inizio di novembre la forza maggiore sulle consegne a Edison: complessivamente 29 cargo LNG, equivalenti a circa 3,8 miliardi di metri cubi, risultano interessati.
Edison è riuscita a sostituirne una parte acquistando gas altrove.
Ma questa è esattamente la questione.
Il gas non scompare dal sistema europeo, ma deve essere comprato da qualcun altro.
Questo aumenta la competizione fra Europa e Asia per le molecole disponibili e tende a sostenere il prezzo globale del LNG.
Per Henry Hub il collegamento non è immediato perché gli Stati Uniti dispongono di enorme produzione domestica, ma più alto è il differenziale internazionale, maggiore è l'incentivo a massimizzare le esportazioni LNG americane.
E questo rappresenta un elemento strutturale bullish per Henry Hub.
La curva lo mostra.
Ottobre è circa 2,98.
Novembre sopra 3,09.
Dicembre sopra 3,50.
Gennaio vicino a 3,90.
Il mercato sta già pagando un premio invernale consistente.
BIAS SETTIMANALE NATURAL GAS: moderatamente RIALZISTA.
Serve però una chiusura convincente sopra 3,00/3,05 per liberare il mercato.
Sopra 3,05 vedo 3,15 e successivamente 3,25/3,30.
Sotto 2,90 tornerebbe invece la possibilità di una discesa verso 2,75/2,80.
Il fondamentale sta lentamente migliorando, ma per ora preferisco parlare di accumulazione piuttosto che di vero breakout.
5) GRAINS – CORN
Il Corn dicembre ha chiuso venerdì a 5,3675 dollari/bushel, praticamente invariato su base settimanale ma dopo oscillazioni significative.
Il dato interessante non è tanto il prezzo quanto il continuo deterioramento della narrativa sulla dimensione del raccolto americano.
Il raccolto è valutato soltanto 57% good/excellent, contro il 69% dello scorso anno.
Il Pro Farmer Crop Tour ha poi evidenziato differenze molto importanti rispetto alle stime USDA.
In Iowa il tour ha stimato circa 193,98 bushel per acre, contro i 216 ipotizzati dall'USDA.
In Minnesota circa 199 bushel, leggermente sotto lo scorso anno.
Questo non significa automaticamente che l'USDA debba tagliare drasticamente il rendimento nazionale.
Ma significa che il mercato ha ottime ragioni per dubitare delle stime estremamente ottimistiche formulate in precedenza.
C'è anche un problema internazionale.
La produzione europea di mais resta fortemente penalizzata dalla siccità in alcune aree dell'Europa orientale.
La FAO ha ridotto ulteriormente la propria stima sulla produzione cerealicola mondiale 2026.
E in India il monsone debole e il rafforzamento di El Niño stanno iniziando a creare problemi anche al mais.
Quindi il corn entra nella parte finale della stagione americana con una situazione in cui il raccolto esiste, ma il margine di sicurezza è molto meno ampio di quanto il mercato pensasse due mesi fa.
Venerdì 11 settembre avremo il nuovo Crop Production Report e il WASDE.
Sarà probabilmente il dato più importante dell'estate per il corn.
Il mercato dovrà capire se USDA inizierà realmente a riconoscere il deterioramento del potenziale produttivo.
Attenzione però alla componente speculativa.
I fondi hanno già costruito una posizione long estremamente importante.
Quindi un WASDE deludente rispetto alle aspettative bullish potrebbe generare prese di profitto molto violente anche senza cambiare il fondamentale.
BIAS SETTIMANALE CORN: RIALZISTA ma con prudenza prima del WASDE.
Finché dicembre resta sopra 5,25/5,30, mantengo bias positivo.
Una chiusura sopra 5,45/5,50 riaprirebbe la strada verso 5,65 e 5,80.
Sotto 5,25 il mercato potrebbe invece scaricare parte dell'eccesso speculativo.
WHEAT
Il Wheat Chicago dicembre ha chiuso a 7,34 dollari/bushel, dopo una seduta di venerdì molto negativa.
Il mercato del grano continua ad essere quello più dipendente dalla geopolitica.
Questa volta non dal Golfo, ma dal Mar Nero.
Le nuove dichiarazioni sulla possibilità di riaprire un percorso negoziale fra Russia e Ucraina hanno immediatamente ridotto parte del premio geopolitico.
È comprensibile.
Russia e Ucraina restano due componenti fondamentali del commercio mondiale di grano.
Ma anche qui bisogna distinguere fra diplomazia e logistica reale.
Una trattativa non rimette automaticamente in funzione porti, assicurazioni, infrastrutture e corridoi commerciali.
In più, i prezzi alimentari mondiali sono tornati ai massimi dal 2022 e l'indice FAO dei cereali è salito sui massimi da tre anni.
Quindi il quadro mondiale non può essere definito abbondante.
Il wheat americano soffre tuttavia una domanda export meno dinamica rispetto al corn e alla soia.
Questo spiega perché riesca meno facilmente a trasformare il rischio geopolitico in un trend lineare.
BIAS SETTIMANALE WHEAT: NEUTRAL/RIALZISTA.
Area 7,20/7,25 è il primo supporto.
Sopra 7,50/7,55 il quadro tornerebbe decisamente positivo con obiettivo 7,75 e successivamente 8 dollari.
Sotto 7,20 rischiamo invece un ritorno verso area 7.
Il WASDE e soprattutto le notizie Russia-Ucraina saranno i due driver.
SOYBEANS
La Soia novembre ha chiuso a 13,0975 dollari/bushel.
Il quadro fondamentale è probabilmente il più interessante dei tre grains.
La qualità del raccolto americano è scesa al 58% good/excellent, dal 60% della settimana precedente e dal 65% dello scorso anno.
La fase è delicata perché siamo nel momento in cui si determina il peso finale dei semi.
Inoltre la domanda cinese è tornata visibile.
Nel corso della settimana USDA ha annunciato diverse vendite flash di nuova soia americana, compresa un'ulteriore vendita venerdì di oltre 250.000 tonnellate verso destinazioni non dichiarate.
Questo è importante perché negli ultimi anni il principale rischio strutturale per gli Stati Uniti è stata la perdita di quota cinese a vantaggio del Brasile.
Se Pechino torna aggressivamente sul nuovo raccolto americano, una parte della pressione proveniente dall'enorme produzione sudamericana viene assorbita.
Rimane naturalmente il Brasile.
Con prezzi sopra 13 dollari, i produttori brasiliani hanno un enorme incentivo economico a espandere ancora gli ettari nella nuova stagione.
Quindi il bull market della soia non può essere considerato privo di rischi.
Ma nel breve termine siamo ancora concentrati sulla dimensione del raccolto USA.
BIAS SETTIMANALE SOYBEANS: RIALZISTA.
Area 13,00 è il primo supporto.
Sopra 13,20/13,25 tornerebbe forza tecnica con obiettivi 13,50 e 13,75.
Una rottura di 12,90 ridurrebbe invece significativamente il momentum.
Ancora una volta, venerdì WASDE decisivo.
6) MEATS – LIVE CATTLE
Il Live Cattle ottobre ha chiuso venerdì a 212,95 dollari/cwt.
La settimana è stata estremamente volatile perché il mercato continua a confrontarsi con due forze opposte.
Da una parte c'è il fondamentale.
La mandria bovina americana è sui livelli più bassi da circa 75 anni.
Ricostruire una mandria richiede anni, non mesi.
Quando una rancher decide di trattenere una giovenca per riproduzione invece di mandarla al macello, nel breve periodo riduce ulteriormente la quantità di carne disponibile.
È il classico paradosso del ciclo cattle: per aumentare l'offerta futura bisogna inizialmente ridurre l'offerta presente.
I prezzi della carne bovina al dettaglio sono quindi estremamente elevati.
Dall'altra parte c'è la politica.
L'amministrazione Trump sta tentando di ridurre il prezzo della carne per il consumatore aumentando temporaneamente l'accesso alle importazioni di beef.
Sono stati aperti contingenti addizionali fino a circa 300.000 tonnellate di carne bovina a tariffa ridotta o nulla.
Per il future questo crea ovviamente pressione.
Ma non crea bovini americani.
Può abbassare temporaneamente il prezzo della carne macinata e aumentare l'offerta di lean beef importato.
Non risolve la scarsità strutturale della mandria.
Quindi continuo a vedere il cattle come un mercato nel quale le correzioni possono essere molto violente, soprattutto quando interviene Washington, ma il fondamentale di lungo periodo rimane estremamente forte.
BIAS SETTIMANALE LIVE CATTLE: NEUTRAL/RIALZISTA.
Area 210/211 deve tenere.
Sopra 215 il mercato potrebbe tornare verso 218/220.
Sotto 210 aumenterebbe invece il rischio di una correzione più profonda verso 205/207.
Non inseguirei il mercato, ma non sarei strutturalmente short con la mandria americana ai minimi pluridecennali.
LEAN HOGS
I Lean Hogs ottobre hanno chiuso a 82,30.
Il mercato ha recuperato nella prima parte della settimana per poi cedere venerdì.
Qui il fondamentale è meno evidente rispetto ai cattle.
Le esportazioni settimanali sono state discrete, con circa 35.000 tonnellate vendute e domanda importante dal Messico e anche dalla Cina.
Ma il pork cutout ha mostrato debolezza e la domanda interna sta entrando nella fase stagionalmente meno favorevole dopo il Labor Day.
Inoltre la carne suina deve competere con pollo e altre proteine, mentre il prezzo elevato del beef può comunque generare una certa sostituzione a favore del pork.
È quindi un mercato più bilanciato.
BIAS SETTIMANALE LEAN HOGS: NEUTRAL con lieve inclinazione rialzista.
Area 80/81 resta il supporto.
Sopra 84,50 vedrei spazio verso 86/87.
Sotto 80 il quadro tornerebbe invece nettamente bearish.
7) SOFTS – SUGAR
Lo Sugar ottobre ha chiuso venerdì a 18,07 centesimi/libbra, dopo essere arrivato durante la settimana fino a 18,77.
Rispetto ai 17,56 della settimana precedente, il guadagno resta vicino al 3%.
Il movimento dello zucchero sta diventando sempre più interessante.
Per mesi il mercato ha prezzato un ritorno all'abbondanza.
Adesso iniziano ad apparire problemi contemporaneamente in diverse aree produttive.
La FAO ha registrato in agosto un aumento molto forte dei prezzi mondiali dello zucchero.
India e Asia stanno soffrendo un monsone debole.
El Niño sta rafforzandosi.
L'India ha inoltre aperto ulteriori quote di importazione duty-free per soddisfare la domanda interna.
E il petrolio a 90/100 dollari torna indirettamente importante per il Brasile.
Più sale il prezzo dell'energia, più diventa economicamente interessante utilizzare canna da zucchero per produrre etanolo anziché zucchero.
Quindi petrolio e sugar ricominciano a dialogare.
Non siamo ancora in uno shortage conclamato.
Ma il mercato sta iniziando a pagare il rischio che il surplus atteso sia molto più piccolo del previsto.
BIAS SETTIMANALE SUGAR: RIALZISTA.
Area 17,70/17,80 è supporto.
Sopra 18,75/18,80 avremmo breakout con spazio verso 19,25 e poi 20 centesimi.
Sotto 17,50 la struttura tecnica peggiorerebbe.
COFFEE
Il Coffee Arabica dicembre ha chiuso intorno a 295,60 centesimi/libbra, dopo una settimana decisamente negativa rispetto ai 312,85 della precedente chiusura.
Qui abbiamo un mercato in cui fondamentale di breve e di medio periodo stanno dicendo cose diverse.
Nel breve, il Brasile sta mettendo sul mercato un raccolto importante.
Le piogge migliorano le prospettive della prossima stagione e alcune stime private vedono la produzione brasiliana 2026/27 su livelli molto elevati.
Questo crea pressione.
Dall'altra parte le disponibilità certificate ICE restano estremamente basse.
Quindi la quantità di caffè immediatamente consegnabile contro il future non è particolarmente abbondante.
È una situazione che può produrre movimenti molto violenti.
Se il mercato percepisce che il nuovo raccolto brasiliano sarà sufficiente, venderà.
Se arriva un problema meteorologico in Brasile o se le scorte certificate continuano a ridursi, la reazione può essere molto rapida nella direzione opposta.
Anche il nuovo regolamento europeo contro la deforestazione, che entrerà pienamente in funzione alla fine dell'anno, può creare costi logistici e di certificazione lungo la supply chain.
BIAS SETTIMANALE COFFEE: NEUTRAL/BEARISH nel breve.
Sotto 305/310 considero ancora vulnerabile il mercato.
Area 290 è il primo supporto.
Sotto 290 potremmo vedere 280.
Una riconquista di 305 e soprattutto di 315 cambierebbe invece rapidamente il quadro.
Il fondamentale fisico impedisce comunque, a mio avviso, di essere aggressivamente bearish sui prezzi attuali.
COCOA
Il Cocoa dicembre ha chiuso venerdì a 6.188 dollari per tonnellata, dopo una settimana molto negativa e una discesa vicina al 7%.
Il mercato continua il processo di normalizzazione dopo gli eccessi straordinari degli ultimi anni.
Una parte dell'industria segnala oggi disponibilità sufficienti per il breve periodo.
Questo ha favorito vendite speculative.
Ma bisogna fare attenzione a non confondere “sufficiente oggi” con “problema strutturale risolto”.
La Costa d'Avorio sta registrando un ritardo significativo della nuova main crop.
Le prime stime indicano che l'arrivo del raccolto potrebbe essere posticipato di otto-dieci settimane.
Fra ottobre e dicembre potrebbero arrivare ai porti circa 900.000 tonnellate contro 1,1 milioni dello stesso periodo dello scorso anno.
Contemporaneamente entreranno in funzione le nuove regole europee sulla deforestazione.
Quindi potremmo trovarci con meno cacao disponibile nella prima parte della stagione e contemporaneamente maggiori problemi burocratici e logistici.
Questo rende pericoloso diventare troppo bearish dopo una correzione già consistente.
BIAS SETTIMANALE COCOA: NEUTRAL/RIALZISTA sui ribassi.
6.000 dollari è il livello da difendere.
Sopra 6.400/6.500 il mercato potrebbe riaccendere il momentum verso 6.800/7.000.
Sotto 6.000 aumenterebbe invece il rischio di 5.700/5.800.
8) METALLI – GOLD
L'oro ha chiuso una settimana estremamente interessante.
Il future front ha terminato intorno a 4.430 dollari l'oncia, con una perdita settimanale di circa l'1%.
Il future dicembre si è mosso intorno a 4.475 dollari.
Giovedì, dopo le dichiarazioni di Waller, l'oro era salito violentemente.
Venerdì il payroll ha cancellato gran parte del movimento.
Il meccanismo è semplice.
La principale variabile negativa per l'oro oggi non è la geopolitica.
È il rendimento reale.
Con il Treasury 10Y nominale al 4,77% e il TIPS decennale intorno al 2,4%, il costo opportunità di detenere oro è molto elevato.
In condizioni normali questo dovrebbe esercitare una pressione molto più forte sul prezzo.
E invece l'oro continua a stare sopra 4.400 dollari.
Questo, per me, è un segnale di forza strutturale.
Significa che esiste una domanda abbastanza importante da assorbire il costo opportunità rappresentato dai tassi reali.
Le ragioni le conosciamo: diversificazione delle riserve, acquisti istituzionali e delle banche centrali, geopolitica, rischio fiscale americano, de-dollarizzazione progressiva e domanda di protezione contro la perdita di potere d'acquisto.
Nel brevissimo periodo, tuttavia, non possiamo ignorare la Fed.
Il CPI di venerdì sarà probabilmente decisivo.
Scenario uno: CPI inferiore alle attese.
Le probabilità di rialzo Fed scendono.
Il 10Y torna verso 4,65/4,70.
Dollaro sotto 99.
In questo scenario vedrei facilmente l'oro tornare verso 4.500/4.550, con possibilità di nuovo attacco ai massimi.
Scenario due: CPI forte.
La probabilità di rialzo Fed va verso 80-90%.
10Y sopra 4,85%.
Dollaro sopra 100.
In questo caso l'oro potrebbe correggere verso 4.350/4.300.
Ma attenzione.
Un CPI forte generato in larga parte dall'energia potrebbe produrre una reazione più complessa: prima vendita sull'aumento dei rendimenti, poi acquisti per protezione contro inflazione e rischio fiscale.
Per questo considero eventuali forti ribassi più interessanti come opportunità di medio periodo che come inizio automatico di un bear market.
BIAS SETTIMANALE GOLD: NEUTRAL/RIALZISTA.
Supporto principale 4.400, poi 4.350/4.300.
Sopra 4.500 il mercato tornerebbe molto costruttivo.
Sopra 4.550/4.600 potrebbe iniziare un nuovo movimento verso i massimi.
SILVER
L'argento ha chiuso intorno a 66,05 dollari, perdendo circa l'1,4% nella settimana.
Continua a comportarsi come una versione ad alta beta dell'oro.
Quando salgono i rendimenti reali viene venduto più violentemente.
Quando scendono tassi e dollaro tende a recuperare più rapidamente.
Ma rispetto all'oro ha una seconda componente: la domanda industriale.
E questa componente continua a essere sostenuta da elettrificazione, elettronica, fotovoltaico e investimenti infrastrutturali.
Per questo considero l'argento particolarmente interessante nel momento in cui il mercato dovesse convincersi che la Fed non può continuare ad alzare i tassi.
Se il CPI di venerdì fosse benigno e il 10Y scendesse, l'argento potrebbe sovraperformare l'oro.
Viceversa, con un CPI forte, sarebbe probabilmente il primo dei due metalli a subire pressione.
Il livello che osservo è 64/65 dollari.
Finché resta sopra quest'area, considero la struttura ancora costruttiva.
Sopra 67,50/68 tornerebbe spazio verso 70.
Sotto 64 aumenterebbe il rischio di correzione verso 61/62.
BIAS SETTIMANALE SILVER: RIALZISTA con elevata volatilità, condizionato dal CPI.
Fra oro e argento, in caso di sorpresa dovish sui dati di inflazione, l'argento potrebbe avere il maggiore potenziale percentuale.
COPPER
Il Copper dicembre ha chiuso intorno a 6,68 dollari/libbra, praticamente invariato su base settimanale.
Ed è probabilmente un dato più forte di quanto sembri.
Il rame sta resistendo nonostante Treasury vicini al 4,80%, dollaro relativamente forte e timori per la crescita mondiale.
La spiegazione è ancora una volta nella parte fisica del mercato.
Gli inventory restano relativamente contenuti.
Il Cile continua a non riuscire a espandere rapidamente la produzione.
La disponibilità di concentrati resta problematica.
E soprattutto la domanda collegata a reti elettriche, data center e infrastruttura AI continua a essere molto forte.
L'AI non è soltanto Nvidia e software.
Ogni nuovo data center richiede trasformatori, reti, raffreddamento, generazione elettrica, cavi e rame.
Più l'investimento tecnologico cresce, più aumenta il consumo fisico di metalli.
Naturalmente il rame rimane molto sensibile alla Cina e alla crescita globale.
Se i tassi salgono troppo e l'economia rallenta, il copper non può essere completamente immune.
Ma la sua capacità di restare vicino ai massimi con rendimenti reali così elevati suggerisce che la componente strutturale rimane forte.
BIAS SETTIMANALE COPPER: RIALZISTA.
6,50 è il supporto principale.
Finché resta sopra, considero probabile un nuovo test di 6,80 e successivamente area 7,00.
Sotto 6,50 il quadro tattico diventerebbe più debole con spazio verso 6,30/6,35.
9) LA SETTIMANA CHE INIZIA: COSA GUARDARE
La settimana sarà più corta perché lunedì 7 settembre Wall Street resterà chiusa per il Labor Day.
Questo non la renderà meno importante.
Probabilmente il contrario.
Avremo quattro grandi catalizzatori.
Il primo è Iran/Hormuz.
Non guarderei tanto alle dichiarazioni quanto ai dati.
Quante navi passano?
Con quali tempi?
Quanto petrolio viene realmente esportato?
Come si muovono i premi assicurativi?
Come si muovono WTI 1-2 e Brent spread?
Se le dichiarazioni diplomatiche aumentano ma il 1-2 resta vicino a +3 dollari, mi fido dello spread.
Non della dichiarazione.
Il secondo catalizzatore è l'inflazione americana.
PPI giovedì.
CPI venerdì.
Il mercato parte con circa il 57-60% di probabilità di rialzo Fed.
Un CPI debole potrebbe rapidamente riportarla sotto il 30%.
Un CPI forte potrebbe portarla oltre l'80%.
E da questa differenza dipendono Treasury, dollaro, azionario, oro, argento e Bitcoin.
Il terzo catalizzatore è il WASDE di venerdì 11 settembre.
Corn e soia sono arrivati a un punto nel quale le stime USDA devono confrontarsi con ciò che si sta effettivamente osservando nei campi.
Un taglio significativo dei rendimenti avrebbe effetti importanti sui grains.
Una conferma delle vecchie stime potrebbe invece scatenare una liquidazione dei long speculativi.
Il quarto catalizzatore è il petrolio stesso.
WTI sopra 90, Brent vicino a 100 e diesel estremamente caro iniziano a diventare un problema macroeconomico, non più soltanto una storia di commodity.
La domanda nelle prossime settimane sarà quindi: quanto può salire l'energia prima di iniziare a distruggere domanda?
Perché alla fine il vero riequilibrio del mercato probabilmente arriverà da lì.
Non da qualche centinaio di migliaia di barili teorici OPEC.
Non da dichiarazioni politiche.
Non da headline diplomatiche.
Da prezzi abbastanza alti da modificare il comportamento dei consumatori.
Ed è il motivo per cui continuo a ritenere che un mercato fisicamente corto possa avere bisogno di prezzi più elevati prima di trovare un vero equilibrio.
10) BIAS RIASSUNTIVO PER LA SETTIMANA 7-11 SETTEMBRE
Azionario USA: NEUTRAL/PRUDENTE. Il problema è il Treasury 10Y. Sopra 4,85% aumenterebbe nettamente il rischio di correzione.
Treasury 10Y: pressione rialzista sui rendimenti finché inflazione ed energia rimangono elevate. CPI decisivo.
Dollar Index: NEUTRAL. 100 è la resistenza fondamentale. Sotto 99 favorisce le commodity; sopra 100,50 diventerebbe un forte vento contrario.
VIX: ancora sorprendentemente basso a 14,53. Sopra 18 primo warning; sopra 20 cambio di regime.
Bitcoin: NEUTRAL/RIALZISTA sopra 77.000. Breakout sopra 83.000 molto positivo.
WTI: RIALZISTA. Fondamentali, backwardation, crack spread, inventory e Hormuz continuano a sostenere il mercato.
WTI 1-2 spread: FORTEMENTE RIALZISTA finché resta sopra +2 dollari. Il +2,91 attuale segnala una tensione fisica eccezionale.
3:2:1 Crack Spread: RIALZISTA/TESO. I livelli sopra 60 e soprattutto il distillate crack vicino a 100 continuano a segnalare scarsità di prodotti raffinati.
Natural Gas: MODERATAMENTE RIALZISTA. Conferma sopra 3,05 necessaria per un vero breakout.
Corn: RIALZISTA, ma rischio WASDE elevato.
Wheat: NEUTRAL/RIALZISTA, molto sensibile alle notizie Russia-Ucraina.
Soybeans: RIALZISTA. Crop condition e nuova domanda cinese sono favorevoli.
Live Cattle: NEUTRAL/RIALZISTA. Pressione politica di breve contro scarsità strutturale della mandria.
Lean Hogs: NEUTRAL con lieve bias rialzista.
Sugar: RIALZISTA. Meteo, India, El Niño e petrolio stanno modificando il fondamentale.
Coffee: NEUTRAL/BEARISH nel breve, ma con scarsità certificata che rende rischioso inseguire lo short.
Cocoa: NEUTRAL/RIALZISTA sui ribassi. Attenzione al ritardo della crop ivoriana.
Gold: NEUTRAL/RIALZISTA. I tassi reali sono il principale ostacolo; la tenuta sopra 4.400 resta comunque un segnale di forza.
Silver: RIALZISTA ma molto volatile. In caso di CPI favorevole potrebbe sovraperformare l'oro.
Copper: RIALZISTA sopra 6,50. Strutturalmente sostenuto da offerta e investimenti elettrici/AI.
CONCLUSIONI
Arriviamo alla nuova settimana con un quadro profondamente diverso da quello che il semplice andamento degli indici azionari potrebbe suggerire.
Lo S&P 500 è praticamente sui massimi.
Il VIX è a 14,5.
Sembrerebbe un mercato tranquillo.
Ma sotto la superficie abbiamo il Treasury decennale vicino al 4,80%, il petrolio che ha guadagnato quasi il 10% in cinque sedute, il diesel sui massimi storici, il WTI 1-2 vicino a +3 dollari, Hormuz ancora fortemente compromesso, una guerra che entra nel settimo mese e una Federal Reserve che sta discutendo seriamente se aumentare nuovamente i tassi.
Quindi non definirei questo un mercato tranquillo.
Lo definirei un mercato che non sta ancora pagando completamente il rischio.
Ed è una differenza enorme.
La settimana appena terminata potrebbe anche rappresentare l'inizio di una fase nella quale il mercato finanziario è costretto progressivamente ad avvicinarsi al mercato fisico delle commodity.
Per settimane il prezzo del petrolio ha reagito soprattutto alle headline.
Ora la curva comincia a reagire ai barili.
Per settimane l'inflazione energetica è stata trattata come temporanea.
Ora entra nuovamente nei rendimenti obbligazionari.
Per settimane il mercato ha ipotizzato che la Fed potesse permettersi di aspettare.
Ora un payroll da +162.000 posti dice che la Fed può rialzare i tassi, se l'inflazione lo richiederà.
E questo rende il CPI di venerdì 11 settembre probabilmente il dato macro più importante dalla riunione Fed di luglio.
La mia impostazione generale per la nuova settimana rimane quindi questa:
bullish sulle commodity caratterizzate da scarsità fisica reale; prudente sulle attività puramente finanziarie maggiormente dipendenti dalla liquidità; molto attento a Treasury e dollaro; poco disposto a vendere energia soltanto sulla base di headline diplomatiche.
Sul petrolio, soprattutto, continuerò a guardare tre numeri prima di qualsiasi dichiarazione politica:
transiti di Hormuz, WTI 1-2 e crack spread.
Finché questi tre indicatori continueranno a raccontare scarsità, considero il fondamentale rialzista.
E se il mercato finanziario continuerà temporaneamente a raccontare una storia diversa, sarà proprio quella divergenza a rappresentare l'opportunità — e contemporaneamente il rischio — più importante delle prossime settimane.
Principali dat macro ed eventi della settimana
Date | Reports | Expiration & Notice Dates |
09/07 Mon | LABOR DAY |
|
09/08 Tue | 2:00 PM CDT - Consumer Credit 3:00 PM CDT - Crop Progress |
|
09/09 Wed | 6:00 AM CDT - MBA Mortgage Index 11:00 AM CDT - EIA Short Term Energy 3:30 PM CDT - API Energy Stocks |
|
09/10 Thu | 7:30 AM CDT - Initial Claims-Weekly 7:30 AM CDT - Core PPI & PPI 9:00 AM CDT - Existing Home Sales 9:00 AM CDT - Wholesale Inventories 9:30 AM CDT - EIA Natural Gas Storage 11:00 AM CDT - EIA Petroleum Status Report 2:00 PM CDT - Dairy Products Sales 3:30 PM CDT - Fed Balance Sheet | LT: Sep Nikkei(CME) Sep Orange Juice(ICE) |
09/11 Fri | 7:30 AM CDT - USDA Weekly Export Sales 7:30 AM CDT - Core CPI & CPI 9:00 AM CDT - Univ of Mich Consumer Sent-Prelim 11:00 AM CDT - WASDE Report & Crop Production 1:00 PM CDT - Treasury Budget | LT: Sep 3-Mo SOFR Options(CME) Oct Cotton Options(NYM) Oct Cocoa Options(CME) Oct Coffee Options(ICE) |
09/14 Mon | 3:00 PM - Crop Progress | LT: Sep Wheat(CBT) Sep Corn(CBT) Sep Oats(CBT) Sep Rough Rice(CBT) Sep Soybeans,Soymeal,Soyoil(CBT) Sep Currencies(CME) Sep US Dollar Index(ICE) |
09/15 Tue | 7:30 AM CDT - Empire State Manufacturing 11:00 AM CDT - NOPA Crush 3:30 PM CDT - API Energy Stocks | LT: Sep 3-Mo SOFR(CME) Sep Canadian Dollar(CME) Sep Cocoa(ICE) Sep Lumber(CME) Sep Lean Hogs Options(CME) Oct Sugar-11 Options(ICE) |
09/16 Wed | 6:00 AM CDT - MBA Mortgage Index 7:30 AM CDT - Export & Import Prices 7:30 AM CDT - Export(Ex-Ag) & Import(Ex-Oil) Prices 9:00 AM CDT - NAHB Housing Market Index 9:30 AM CDT - EIA Petroleum Status Report 1:00 PM CDT - Net Long-Term TIC Flows 1:00 PM CDT - FOMC Rate Decision 2:00 PM CDT - Dairy Products Sales | LT: Oct Palladium/Platinum Options(NYM) |
09/17 Thu | 7:30 AM CDT - USDA Weekly Export Sales 7:30 AM CDT - Initial Claims-Weekly 7:30 AM CDT - Building Permits & Housing Starts 7:30 AM CDT - Retail Sales 7:30 AM CDT - Philadelphia Fed Index 9:00 AM CDT - Pending Home Sales 9:30 AM CDT - EIA Natural Gas Report 3:30 PM CDT - Fed Balance Sheet | LT: Oct Crude Lt Options(NYM) |
09/18 Fri | 8:15 AM CDT - Industrial Prod & Capacity Util 2:00 PM CDT - Cattle On Feed | LT: Sep Dow(CME) Sep NASDAQ(CME) Sep Russell(CME) Sep S&P 500(CME) Sep Coffee(ICE) Sep Dow Options(CME) Sep NASDAQ Options(CME) Sep Russell Options(CME) Sep S&P 500 Options(CME) Oct Orange Juice Options(ICE) |
FN=First Notice, OE=Option Expiration, LT=Last Trade |
Struttura del portafoglio
Indici
E-Mini S&P-500:
Aperto bull spread su VIX Call 19/32 scad 20 ottobre 2026 @1.77
QQQ: aperto bear put spread 690/580 settembre 2026 (a copertura)
Micro Nasdaq:
30yr US
10Y Us
30Y TB -
Energy
Crude Oil : Long USO
Brent: Comprate Call su BNO
Aumentate le Call su scadenza gennaio 2027
Long CNQ (Canadian Natural Resources NYSE) @45.47
Natural Gas: Comprato AR (Antero Resources) a 33.50
Suncor: comprato SU @53.60
Pare Resources: Comprato PXT @20.76
Geopark: comprato GPRX @9.62
Grains
Soia:
Olio di Soia:
Grano:
Corn:
Soft:
Zucchero: Comprate Call 13 sull’etf CANE , scad genn 27 @0.40
Succo d’arancia:
Caffè:
Cotone:
Cacao:
Carni
Live Cattle:
Feeder Cattle:
Lean Hogs:
Metalli preziosi
Oro: Comprato IAU - a 77.20 -
Comprata put 75 e venduta Call 80 - a copertura scad 18 sett 26
Chiusa La Call e il sottostante con buon gain. Ho lasciato aperta la put che ha poco premio residuo, nel caso in cui vi fosse un arretramento improvviso dei prezzi con aumento della volatilità.
Silver:
Rame:
Platino:
Disclaimer: le operazioni di trading indicate in questo newsletter sono frutto di opinioni personali dell’autore e non costituiscono alcuna sollecitazione all’investimento. La speculazione di borsa può causare perdite e deve essere effettuata essendo consapevoli dei rischi che comporta. Nessuna responsabilità potrà essere addossata all’autore per eventuali perdite di portafoglio. Le performance del passato non costituiscono garanzia per l’andamento futuro degli investimenti indicati.