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Venezuela: ristrutturazione, caos e cocaina



La Redazione Articolo pubblicato il 04/11/2017 07:00:01
passato solamente un giorno da quando il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha dichiarato di voler rifinanziare e ristrutturare il debito della nazione e già il caos regna sovrano

 

È passato solamente un giorno da quando il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha dichiarato di voler rifinanziare e ristrutturare il debito della nazione e già il caos regna sovrano grazie - anche - all’intervento del negoziatore scelto da Maduro che non sembra in grado di tranquillizzare gli animi tormentati degli investitori.

Tareck El Aissami (immagine a seguire), vice presidente, è l’uomo forte scelto da Maduro per portare a termine la missione ed ha subito agito scegliendo di utilizzare un altro termine per definire il suo obiettivo: non rifinanziare o ristrutturare, ma bensì rinegoziare, ed il tutto continuando a rimarcare come il Venezuela sarà in grado di continuare a saldare i suoi debiti.

 

Una vera e propria rinegoziazione implicherebbe un’azione particolarmente decisa in cui i creditori subirebbero quasi inevitabilmente delle perdite, ma l’impegno preso nel continuare ad effettuare i pagamenti lascia intendere sin da subito che l’approccio, nel suo insieme, non sarà certamente dei più drastici.  El Aissami non ha perso tempo ed ha invitato gli investitori a partecipare ad un incontro a Caracas nella giornata del 13 novembre, ma la richiesta lascia il tempo che trova poichè il meeting quasi sicuramente non si terrà a causa delle sanzioni comminate dagli USA non solo al Venezuela, ma anche allo stesso El Assaimi, considerato dal Treasury Department al pari di un narcotrafficante di alto rango…

“Il modo in cui si sta evolvendo questa situazione non è chiaro e non vi è nessuna certezza sul fatto che i negoziati per rifinanziare il debito siano in grado di partire senza intoppi ne, tantomeno, è chiaro se il tutto possa risolversi in tempi brevi.  Non si capisce cosa voglia fare il governo venezuelano e nemmeno cosa sia effettivamente in grado di fare finchè rimarrà sottoposto alle sanzioni statunitensi” (Stuart Culverhouse, Exotix).

Il mercato delle obbligazioni, non poteva essere altrimenti, non reagisce bene a questa incertezza ed i bond terminano l’ottava in forte calo, con gli analisti di Bank of America Corp. che non escludono ulteriori cali.

El Aissami e Maduro (immagine a seguire) puntano il dito contro le sanzioni imposte dagli USA ed anche contro i “lacchè” di Trump all’interno dell’opposizione che hanno promosso e sostenuto tali misure: il presidente, lo ricordiamo, ha annunciato nella giornata di giovedì che la controllata statale PDVSA provvederà al pagamento di un debito di 1,1 miliardi di dollari prima di avviare i colloqui con i creditori.

 

Maduro ha scatenato il caos con le sue dichiarazioni: prima ha parlato di rifinanziamento, un’operazione che potremmo definire di routine, e subito dopo di ristrutturazione, un intervento ben più deciso e di impatto notevolmente differente sui creditori.

Le sanzioni statunitensi di fatto rendono difficile, quando non impossibile, raccogliere fondi da investitori internazionali e vietano in modo efficace il rifinanziamento o la ristrutturazione del debito venezuelano in quanto bloccano le istituzioni regolamentate dagli USA impedendo l’acquisto di nuovi bonds.

Il fatto che Maduro abbia scelto di “sganciare” gli 1,1 miliardi di dollari dovuti agli obbligazionisti da PDVSA rende bene l’idea di quanto sia complicata la situazione a Caracas, con Petroleos de Venezuela che pare intrappolata in un contesto che pare essere quasi un confuso e disordinato default, ma anche in questo caso l’incertezza regna sovrana, con il presidente che ha instillato il dubbio di una possibile esclusione di PDVSA dalla ristrutturazione e con El Aissami che ha dichiarato che la società petrolifera - o meglio il suo debito - sarebbe stata coinvolta nella procedura.

 

E dopo?

I governi, dopo un default, tradizionalmente cadono oppure diventano fortemente instabili, ma il governo Maduro potrebbe rivelarsi la classica eccezione che conferma la regola, con il presidente che sta consolidando sempre più il suo potere.

“Questa situazione è unica: non ho mai visto, nella mia carriera, un’altro contesto dove venissero applicate sanzioni per impedire od ostacolare una ristrutturazione sostenendo così la caduta di un governo insediato” (Mitu Gulati, docente presso la Duke University).

La situazione del Venezuela non è affatto delle migliori e le somme dovute sono realmente esorbitanti (Torino Capital parla di un totale di oltre 140 miliardi di dollari dovuto da governo ed enti statali di cui 52 miliardi in obbligazioni).

Sanzioni

All’inizio del 2017 il Treasury Department ha etichettato il vice presidente come un narcotrafficante di alto livello in grado di proteggere i suoi pari e responsabile del traffico di quantità enormi di cocaina, sempre gli USA hanno sanzionato il ministro delle finanze Simon Zerpa  (dirigente di PDVSA, immagine a seguire) e non la fa franca nemmeno Maduro, accusato di aver violato i diritti umani e di aver rovesciato la democrazia della nazione sprofondandola in un conflitto che Donald Trump ha definito come Una vergogna per l’umanità”.

 

Il governo Maduro ha condotto il paese in uno dei peggiori crolli economici mai visti: la sua economia si è contratta del 10% nel corso dell’anno passato e l’FMI prevede che l’inflazione si espanderà ad oltre il 2000% nel corso del 2018: i socialisti che dovevano salvare la nazione hanno, invece, creato un tasso di povertà pari all’82% saccheggiando le casse dello stato.

Attualmente i CDS quantificano nel 97% la possibilità di un default nel corso dei prossimi cinque anni.

 

Fonte Bloomberg

 

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