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Quel carbone anche peggio del carbone



Rossana Prezioso Articolo pubblicato il 09/05/2014 09:35:00


Chiunque abbia sperato negli incentivi dell’amministrazione Obama sulle energie alternative, dovrà ricredersi. Non sono bastate la buona volontà e le parole (condite da più di un fatto concreto) per poter placare la fame e la sete di un mondo in completa carenza energivora, proprio adesso che si aspetta la Cina al varco di quel 7,5% di crescita. Proprio adesso che Pechino ha tolto l’obbligo del figlio unico, con lo spettro di un’esplosione demografica senza precedenti (più bocche da sfamare, meno terreno da coltivare, più industrie da fa decollare). Risultato di tutto questo? Petrolio, carbone, gas, eolico, solare…insomma, qualsiasi cosa sia utile come combustibile. Ma il problema di fondo c’è: il petrolio non è eterno, sta diminuendo ed è destinato ad esaurirsi, inoltre è un indicatore che va al di là del suo semplice compito di combustibile. E’ un ago della bilancia che in più di un’occasione, nel passato anche recente, ha rischiato di provocare una guerra. Eolico, solare e altre energie alternative? Utili, ma le tecnologie attuali non permettono un’ottimizzazione della resa tale da poter reggere il loro uso su larga scala e ancora di meno sulla produzione industriale.

Resta il carbone, ma anche in questo caso il problema è il suo esaurimento. Problema che potrebbe essere presto risolto, anche se ciò comporterà crearne uno ancora più complicato e soprattutto dalle potenzialità distruttive ben più ampie. Immensi giacimenti di carbone, infatti, si trovano ad ampie profondità nel terreno e fino ad ora sono stati difficili da sfruttare commercialmente a causa delle difficoltà di estrazione. Ora non più.

Il successo del gas di scisto ha permesso di studiare tecniche similari anche per l’estrazione del metano, il gas che nel passato era il terrore dei minatori, ma che oggi potrebbe cambiare le carte in tavola per molte nazioni il cui sottosuolo è ricchissimo di questo gas. Estremizzando il concetto, questo combustibile è il risultato del surriscaldamento del carbone che, espandendosi nelle viscere della terra, si compatta. Finora si era sfruttato il fracking (sia orizzontale che verticale) per recuperare materiale da giacimenti in superficie o comunque da riserve di petrolio e gas naturale, mentre adesso si punta l’attenzione su un altro materiale, il metano, intrappolato nei giacimenti di carbone ad altissima profondità e che, proprio per questo motivo, non è stato finora possibile utilizzare.

In Europa, la Gran Bretagna è la prima chiamata in causa proprio per la presenza nel sottosuolo di enormi giacimenti di carbone e altissima presenza di metano, anche se gran parte di questi giacimenti si trova nel sottosuolo marino. Ed è stata anche la prima a istituire un ufficio apposito con finanziamenti di 15 milioni di sterline per i primi tentativi di raffinazione e distribuzione. Cifre alla mano, se il carbone “estraibile” non arriva a un quarto della reale presenza sul pianeta,, con lo sfruttamento del metano nei giacimenti sotterranei e la lavorazione direttamente il loco, senza la necessità di portarlo in superficie, si potrebbe includere anche il restante 80% circa ancora non utilizzato.

Una cifra sconcertante, che per gli esperti potrebbe arrivare a 400 mila miliardi di metri cubi, l’equivalente per riuscire a rifornire l’industre mondiale per secoli. Sempre che non si trovino altre zone sulle quali lavorare. O sarebbe meglio dire nelle quali lavorare. Infatti la differenza è tutta qui: lavorare il carbone in impianti sotterranei, anzichè portarlo in superficie. Diversi i “vantaggi” secondo gli esperti. Prima di tutto un abbattimento dei costi, evitando una parte del processo che era pericolosa anche per le stesse vite umane. Quindi una maggior sicurezza visto che, appunto oltre a evitare un problema per i minatori, si avrebbe anche una minore distruzione dell’habitat, con scorie e scarti che resterebbero sotto terra. Senza contare che i gas prodotti troverebbero già collocazione sul mercato e soprattutto un posto di primo piano nell’industria

Ci sarebbe però un “piccolo” particolare, forse di secondaria importanza: oltre al collegamento diretto fra le attività di fracking e le scosse telluriche registrate in prossimità delle zone di estrazione, sotto terra ci sono anche le falde acquifere ed è stato scientificamente provato come il fracking abbia creato infiltrazioni tra le vene di estrazione e le falde stesse. Inoltre un altro particolare potrebbe essere più illuminante di tanti numeri: il numero uno della Exxon Mobile Rex Tillerson, fiero sostenitore delle tecniche di perforazione, si è ferocemente opposto al progetto che vedeva la creazione di un impianto di estrazione vicino alla sua villa in Texas dove vive con la moglie. Chissà perché.  



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