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La svalutazione delle Banche non quotate



Eugenio Benetazzo Articolo pubblicato il 24/04/2015 17:00:08


Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, nelle scorse settimane e all'improvviso, mediante il loro Consiglio di Amministrazione hanno provveduto a svalutare rispettivamente del 23% il valore delle azioni portandole da 62 a 48 euro per la banca vicentina e da 39 a 30 per quella trevigiana. Queste due banche sono passate ad inizio 2014 sotto l’occhio vigile della BCE la quale per le banche quotate aveva già a suo tempo intrapreso azioni volte al rafforzamento patrimoniale delle banche in osservazione mediante accantonamenti prudenziali, dismissioni di partecipazioni e cessione di filiali. Con il 2015 è arrivato il red rationem anche per le banche non quotate che come sapete autodeterminano il valore delle proprie azioni. Iniziamo pertanto con calma. Chi perde denaro investendo in azioni, qualunque esse siano, deve stare zitto ed abbassare il tono della conversazione in quanto per definizione l’investimento in azioni può produrre in situazioni molto spiacevoli anche la totale perdita del capitale investito. In secondo luogo, sono ormai anni che ne parlo nei vari post, nei seminari, all’interno dei report e anche mediante numerose videoclip in YouTube: pertanto di inchiostro se ne è riversato a sufficienza in tempi non sospetti.

Quello che è accaduto per me non è affatto sorprendente, anzi mi stupisco che queste banche siano riuscite per così tanto tempo a convincere i propri azionisti che il valore che attribuissero alle loro azioni fosse in linea a quanto stesse accadendo invece ai competitors quotati. Mi stupisco anche di come in questi ultimi anni proprio dialogando con numerosi funzionari e dirigenti di tali banche vi fosse una cieca convinzione che il valore di queste azioni che andavano proponendo fosse congruo e soprattutto true and fair. Proprio qui si entra nella terra di mezzo ovvero chi opera sui mercati finanziari riconosce quasi fosse un mantra un assunto che cita come il mercato abbia sempre ragione. Pertanto se numerose banche quotate in cinque anni perdono oltre il 75% del valore della loro quotazione, mentre banche non quotate non solo lo mantengono ma addirittura lo aumentano, è chiaro che siamo in presenza di una bolla che prima o poi potrebbe scoppiare. Un secondo elemento di criticità è legato alla liquidità e liquidabilità che connotano queste azioni, nei due anni precedenti i fatti ora richiamati dalla cronaca finanziaria è indubbio di come vi fossero oggettive difficoltà a liquidare tali azioni proprio nella consapevolezza da parte di alcuni detentori che si stava detenendo un fiammifero acceso. Purtroppo per loro tali azioni non hanno un mercato significativamente liquido e la banca in questione non ha alcun obbligo di trasformarsi in market maker e fare da controparte.

Mi sono pervenute richieste di vari legali che rappresentano centinaia di azionisti che si considerano gabbati e pertanto intendono agire nei confronti dei rispettivi organi di amministrazione proprio facendo leva su questo aspetto ovvero che i titoli non potessero essere liquidati a prima vista. Non sono un avvocato, ma temo che non vi siano molte possibilità di vincere a meno che non si riesca a dimostrare che alcuni azionisti, i cosidetti amici degli amici, sono recentemente riusciti a liquidare le azioni nonostante ci fossero code di richieste di vendita inevase da tempo. L’attuale contrazione di valore di tale azioni ritengo comunque che non possa essere considerata l’ultima perdita per chi ancora oggi le detiene. Sappiamo che queste banche presto si dovranno trasformare prima in società per azioni, quindi abbandonare il sistema di voto capitario, e successivamente si dovranno anche quotare, alcune è plausibile saranno spinte a fondersi per aumentare i livelli di patrimonio ed al tempo stesso razionalizzare i costi operativi a tutto vantaggio del risultato di esercizio oppure addirittura acquisite da controparti straniere. Quindi quando assisteremo alle operazioni di quotazione o di fusione (magari anche ostile) ulteriori spiacevoli sorprese potrebbero attendere gli azionisti dietro l’angolo. Per chi mi scrive che cosa si potrebbe fare, la risposta è telegrafica: niente. Avete perso denaro dando fiducia, senza tante riflessioni, ad un management il cui operato è più che discutibile in numerosi fronti come già fatto notare in passato.

Non è un caso che le due banche in questione ora dovranno tenere testa anche a faide intestine per l’emersione di una nuova governance societaria. Mi piacerebbe parlare più liberamente di questi argomenti ma non ci si può permettere di menzionare l’operato di questo o quel funzionario o dirigente (pur conoscendoli) in quanto potrei essere passibile di denunzie varie sotto ogni fronte, che poi state sicuri si concluderebbero in un nulla di fatto vista la mia consistenza probatoria. Ulteriori consigli non ve ne dò perchè ho visto che non li ascoltate: quanto rido ogni volta che incrocio alcuni attuali azionisti a cui ancora due anni fa dicevo di liberarsi quanto prima delle azioni e loro, facendo spallucce, mi rispondevano che non avevo ben capito il piano industriale che era in corso o le operazioni di rafforzamento patrimoniale o la valenza delle nuove emissioni obbligazionarie. Vi potrete sempre nascondere dietro a un fiammifero, ma solo per poco tempo. Quanto accaduto in Veneto nel mondo bancario apre invece il vaso di pandora in quanto la scelta di diminuire il valore delle azioni rappresenterà una strategia che potrebbe con grande facilità essere percorsa anche da altre banche non quotate come casse rurali, crediti cooperativi o altre banche popolari nei prossimi anni. Pertanto iniziatevi a chiedere se ha ancora oggi senso investire in asset che non sono liquidi, il cui valore non soggiace alle leggi di mercato e soprattutto se questo asset rappresenta la quota di proprietà di una banca il cui management ha ben compreso le sfide che attendono l’intero settore dei servizi bancari entro i prossimi cinque anni.

 

Per gentile concessione del blog EugenioBenetazzo.com 



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