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Petrolio: il cuore dello shale potrebbe non battere mai più…
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La Redazione Articolo pubblicato il 09/07/2020 03:00:00
Phillips 66, che possiede una partecipazione nella pipeline, ha dichiarato di essere fortemente delusa dalle decisioni prese dal tribunale, parlando di un fortissimo impatto sull’intero settore che potrebbe avere ripercussioni persino sulle questioni di sicurezza nazionale.

 

Un tempo era i cuore dello shale boom americano ed ha trasformato il North Dakota nel secondo maggior produttore di greggio degli Stati Uniti: stiamo parlando dello shale play di Bakken, che ora tutto sembra, tranne che il cuore pulsante dello shale oil a stelle e strisce.

Le perforazioni sono state interrotte, nel sito di Bakken, a causa della pandemia, e gli esperti di settore ritengono che la contrazione produttiva potrebbe raggiungere il mezzo milione di barili giornalieri in questa prima parte del 2020.  

Quanto sta accadendo, tuttavia, rappresenta l’esacerbarsi di una tendenza già in essere sin da prima della comparsa del COVID 19, in quanto i produttori del North Dakota stavano lottando contro la concorrenza agguerrita in arrivo dal Permian Basin, tra Texas e New Mexico, ed ora l’imminente arresto della pipeline Dakota Access, che trasposta a mercato oltre un terzo del petrolio prodotto nell’area, rischia di impedire allo shale play di tornare in auge.

Lunedì, un tribunale distrettuale degli Stati Uniti ha stabilito che la pipeline Dakota Access - di proprietà di Energy Transfer LP - dovrà chiudere entro il 5 agosto: se gli appelli si riveleranno inutili ci troveremo di fronte al primo caso in cui un oleodotto sarà chiuso a causa di problemi ambientali; allo stato attuale non è dato sapere per quanto tempo l’oleodotto rimarrà fuori servizio, ma si ritiene che una totale revisione dello stesso per soddisfare gli standard ambientali potrebbe richiedere un’estensione dello stop sino al 2021.

Il Dakota Access, la cui chiusura sarà un evento devastante per Bakken, venne avviato nel 2017 e fu fondamentale per l’espansione produttiva del bacino che, a novembre 2019, registrò un record di 1,52 milioni di barili giornalieri prima di crollare sotto i colpi sferrati alla richiesta di petrolio dal diffondersi del virus (in attesa dei dati definitivi, gli esporti sembrano concordare su un calo al di sotto del milione di barili giornalieri già nel mese di maggio).

I produttori attivi nell’area di Bakken hanno chiuso quasi 7000 pozzi mentre i mercati petroliferi languono a causa della pandemia in atto.

 

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