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Il ceto medio è una specie in via di estinzione



Rossana Prezioso Articolo pubblicato il 02/04/2014 12:05:01


La strategia più diffusa e anche sfruttata in maniera quasi infantile dai cosiddetti poteri forti è quella di distrarre l’opinione pubblica con problemi solo relativamente importanti, o fatti passare per tali. Se poi questi “pseudo problemi” permettono anche una sorta di discussione sociale parallela, con polemiche e prese di posizione, magari toccando anche nervi scoperti della morale pubblica, allora il gioco è fatto. Lo sapevano bene i nostri antenati che, con il loro Dividi et Impera, avevano già delineato i termini dell’inganno. Un inganno che si perpetua continuamente anche perchè è sempre più difficile non solo individuare i veri confini tra ciò che è importante e ciò che invece è messo lì ad arte e costruito, ma anche prendere coscienza dello stato di sudditanza e organizzare una sorta di ribellione. La Storia insegna ma la Storia ha anche pessimi scolari. Scolari che ignorano come, in pieno Watergate, era il 1974, l’opinione pubblica fosse scossa dalla corruzione imperante anche agli altissimi vertici del potere. Scandalo senza precedenti che aveva però permesso di nascondere un piccolo fattore di primaria importanza: i salari della classe media erano scesi per la prima volta dal dopoguerra, inaugurando un trend che ancora oggi vediamo manifesto nei dati traballanti dei nuovi posti di lavoro che, nei momenti in cui registra un aumento quantitativo, deve anche parallelamente, riconoscere un peggioramento sul lato qualitativo.

 

Trend o se si preferisce una strategia, parola forse più adatta per descrivere tutto ciò che sarebbe avvenuto di lì fino ai giorni nostri. E che si ripete in uno specchio deformante (ma neanche tanto) in queste ore: l’abolizione delle province (che di fatto non è nemmeno un’abolizione ma solo lo svuotamento del contenuto istituzionale da loro rappresentato), prima ancora la questione dei figli illegittimi, poi la parità di genere e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, intervallata da una gravissima urgenza, quella della riforma elettorale. Tra tutti gli argomenti esposti forse quella che, alla realtà disperata degli italiani, poteva tornare utile. Ma l’illusione è durata poco: l'italicum, studiato e sviscerato in tutte le sue forme, alla fine non è servito dal momento che, alla fine appunto, nemmeno si è più votato.

 

Intanto, notizia di ieri, la disoccupazione è arrivata al 13%, con un trend inversamente proporzionale rispetto a quanto accade nel resto d’Europa, dove, anche nelle realtà peggiori di Grecia e Spagna (rispettivamente al 27% e al 25%) le cose, almeno, non peggiorano.

 

Un altro dato drammatico, accettato dall’opinione pubblica con la passività di un condannato a morte, di chi, appunto, non solo non ha niente da perdere, ma deve anche ringraziare se la tortura si ferma alla disperazione.

 

Negli Usa era il 1974 e la perdita del potere d’acquisto delle famiglie, passò più o meno colpevolmente sotto silenzio. Come anche, sotto silenzio, passò tutta la rivoluzione ad essa legata: una produttività quasi raddoppiata a fronte di un aumento salariale di poco sopra il 10%, mentre gli operai stessi perdevano, ormai da tempo, anche diritti sul luogo di lavoro, con orari più lunghi e un salario ormai non più legato alla produttività della nazione. In altre parole: produci di più ma vieni pagato di meno. Oggi sono passati 40 anni e nel nostro metaforico viaggio spazio tempo ci ritroviamo in Italia, con la riforma del lavoro di Renzi, il jobs act tanto osannato. Da chi? Non certo da chi si ritrova oggetto (e non soggetto) di un contratto senza vincoli e senza diritti, che rende l’assunto assolutamente ricattabile. Una liberalizzazione indiscriminata che già la Spagna aveva tentato nel 1984 creando la “proroga infinita”, il continuo passare da un contratto all’altro (e come per le assicurazioni, ogni volta che si ricomincia si è costretti a partire sempre dal livello più basso annullando professionalità e privilegi anche retributivi accumulati) e, nel contempo, la corsa ai tagli dei salari. Resta innegabile il fatto che in Italia il mondo del lavoro è aggravato da vincoli e privilegi scandalosi, ma è altrettanto innegabile il fatto che, paradossalmente, questi privilegi accumulati nel tempo, permettano oggi ai giovani (e spesso anche ai più maturi 40enni) di sopravvivere sfruttandoli come unica forma di welfare realmente efficiente.

 

Passiamo ancora da un’epoca all’altra e torniamo negli Usa. Nel 1962 apre il primo punto vendita Walmart, oggi il più grande datore di lavoro privato al mondo. Il suo punto forte? Gli stipendi ai suoi dipendenti sono circa la metà rispetto alla media statunitense. E chi si ribella o si associa in sindacati viene licenziato. La filosofia Walmart si diffonde e, giocoforza, costringe tutti i datori di lavoro a dover abbassare i prezzi per riuscire a reggere la concorrenza.

 

Un taglio sulle retribuzioni che diventa una sproporzione assoluta se si pensa che ogni operaio è responsabile mediamente di 180mila dollari di produzione, ma il suo stipendio è aumentato dell’11% e i suoi benefit praticamente cancellati. L’inizio di tutto questo? Gli shock petroliferi degli anni Settanta potrebbero fornire una spiegazione, seppur parziale: l’aumento degli energetici portò alla perdita di controllo dell’inflazione e da qui alla necessità di diminuire il tenore di vita. Per i molti operai, ma non per le aziende che approfittarono per chiedere sacrifici anche non necessari. Sacrifici che, poi, non sarebbero mai più stati restituiti. I nomi sulla bocca di tutti, allora, erano General Motors, Ford e Chrysler. Con un salto temporale e geografico arriviamo fino a noi. E il nome, oggi, è quello della Fiat. Facile accusare i vertici aziendali, allora come oggi, meno facile, sebbene la logica lo imponga, riconoscere il fatto che chi allora ha permesso quei sacrifici, oggi, non è stato in grado di richiedere indietro quanto gli spettasse. In Italia si combatte contro la povertà che avanza, una classe media che sta morendo, così come negli Usa, ma ciò che non si capisce è che l’identificazione stessa di “classe media” si sta spostando sempre più verso il basso, verso una fascia di reddito che, fino a qualche tempo fa, era la piccola borghesia, se non addirittura il proletariato, in una società che, invece, resta polarizzata tra i due estremi di chi è sempre più ricco e chi, invece, tacitamente, si trasforma nel nuovo povero degli anni 2000: il precario a vita.

 

 

 



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