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Ecco chi sta mangiando la nostra cena



Rossana Prezioso Articolo pubblicato il 22/07/2014 12:30:57


La soglia dei nove miliardi di persone è sempre più vicina: nel 2050 la popolazione mondiale sarà aumentata del 35%. E i numeri non lasciano speranze. Nove miliardi di bocche da sfamare, dissetare, nove miliardi di persone da vestire, ognuna delle quali avrà necessità di un lavoro, una casa e a sua volta metterà al mondo altri figli. L’essere umano sempre più parassita della Terra? La domanda non è retorica, tanto meno polemica: per nutrire tutti, la produzione agricola dovrà raddoppiare, ma la disponibilità di terre fertili è sempre di meno, l’incremento della domanda di proteine animali per il 2050, complice anche la domanda dei paesi in via di sviluppo, sarà più che raddoppiata, con stime che parlano di un +103%,  il 55% delle calorie prodotte dall’industria alimentare arriva sulla tavola di una parte dell’umanità (e in maniera estremamente eterogenea), mentre il 36% serve per nutrire il bestiame negli allevamenti intensivi che a loro volta nutriranno una parte ancora più piccola della popolazione mondiale. Una sproporzione che nasce nel momento stessa in cui è concepita. Prima di tutto nella sua produzione: troppi cereali servono per animali che rendono poco da un punto di vista alimentare, troppo cibo sprecato (in occidente per consumismo, nel sud per cattiva conservazione), troppo alta la smania di potenziare la produttività sia nell’agricoltura, sfruttando monocolture e fertilizzanti che a lungo andare impoveriscono il terreno e che non possono sfamare la popolazione locale ma che, invece, offrono lauti guadagni alle industrie. Eppure, contemporaneamente, si registra un’impennata dei prezzi delle commodity alimentari, stile mais e riso, che dal 2007 non hanno fatto altro che salire. Continuamente. A discapito di chi, in questa corsa al cibo, non può permettersi di gareggiare. Non solo, ma lo stesso fenomeno, è il caso di dire, ha cambiato molte carte in tavola.

Regole che sembravano quasi millenarie e che adesso vengono sradicate. Un esempio arriva dall’Africa. Nella fantasia popolare un Continente vittima di siccità e carestie perenni. Nella realtà dei fatti, la nuova realtà dei fatti, una facile preda di multinazionali che vedono nel Continente Nero, la possibilità di terreni a poco prezzo, manodopera disperata, sfruttabile e senza pretese, governi compiacenti su tutte le misure di protezione dell’ambiente così come anche sui soli diritti umani. Ancor meno che su quelli animali. Risultato di questo mix: il mal d’Africa non è più quello strano melanconico sentimento ancestrale nutrito verso la culla dell’umanità, ma una sofferenza ormai decennale di una popolazione che, alla sua ormai silenziosa disperazione, deve aggiungere anche quella di un furto legalizzato sotto gli occhi di tutti. Furti che, da anni, vengono perpetrati ai danni delle popolazioni indigene di tutti i continenti, una tradizione che, storicamente, viene ricondotta ai pellerossa dell’America del Nord ma che, volendo, si potrebbe far risalire fra la Namibia e gli antichi egizi.

Ad ogni modo la vittima preferita sembra essere l’Africa, in passato per i tesori del sottosuolo, oggi per le sue terre. Si , perchè, altro paradosso, la pietra d’inciampo nello sviluppo dell’agricoltura, non è la carenza d’acqua, ma di infrastrutture per riuscire a portare quella che c’è e soprattutto sa renderla potabile. Cosa che invece una multinazionale può permettersi dopo aver acquistato a poco prezzo immensi terreni che prima erano fonte di sussistenza per le popolazioni locali (povere, ignoranti e quindi senza dritti da reclamare), spesso presentate come opera di assistenza oppure grande opportunità economica per l’Africa stessa. E sia. C’è da dire, parlando di numeri, che dal 2000 in poi la crescita della zona subsahariana è stata in media del 5% che, in parallelo con la crisi mondiale, ha sottolineato potenzialità immani da sfruttare. Lo stesso dicasi per l’India: laboratorio anch’esso di nuove metodologie di potenziamento delle rese agricole. Infatti proprio su questo campo, l’Africa registra un gap che la pone a un sesto degli Usa. Ma nel caso dell’India, il subcontinente ha dovuto pagare una vera e propria schiavitù alle multinazionali le quali, ormai è noto, obbligano i contadini, all’utilizzo di semi che daranno vita a piante sterili. Il risultato? Impossibile ricavare i semi dal raccolto e obbligo di riacquistarli nuovamente. Lo stesso sta accadendo per l’Africa. Secondo gli esperti si tratta invece di un’ottima occasione che potrebbe rendere l’Africa un catalizzatore per gli investimenti: nazioni come il Mozambico, infatti, stanno vedendo una vera e propria rivoluzione che salverà gli abitanti dalla malnutrizione e permetterà non solo lo sviluppo economico ma anche l’esportazioni delle eccedenze. Peccato però che al momento i piccoli contadini (oltre il 70% della forza lavoro) debbano pagare i fertilizzanti oltre l’80% in più di quanto avviene in posti come la Tailandia la quale, da sola, esporta più di tutti i paesi subsahariani. Non solo, ma nel momento in cui i terreni statali vengono venduti alle multinazionali, ai contadini che li coltivano, spesso, i rappresentanti governativi, fanno intravedere promesse di nuovi terreni da coltivare altrove, assunzione dei locali da parte delle società in arrivo, scuole e ospedali, in cambio del loro benestare. Promesse che, come sempre in politica accade, non vengono mantenute. Imperialismo agricolo come stabilito dalle organizzazioni umanitarie oppure opportunità reale? Non sarebbe meglio sostenere i produttori locali, organizzarli in cooperative, magari aiutandoli con progetti di microcredito per ottenere pozzi e fertilizzanti a  poco prezzo, in modo da poter aiutare loro, l’Africa e noi? Risposta fin troppo facile, soprattutto se si pensa che il popolo africano è da anni abituato alla guerra, purtroppo e per lui combattere contro un altro nemico non fa alcuna differenza.



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