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Commodity Report del 10 dicembre 2018
(Pag. 1)



Giancarlo Dall'Aglio Articolo pubblicato il 10/12/2018 10:33:39


 In quasi vent’anni di carriera come investitore sui mercati finanziari non ho mai assistito ad una ingerenza così forte e prolungata della politica sulle quotazioni di asset finanziari. Da sempre siamo abituati alla manipolazione dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali, ma oggi i governi (soprattutto quello degli Stati Uniti), condizionano pesantemente l’andamento dei prezzi di azioni, obbligazioni e anche di alcune materie prime. 

La settimana scorsa era partita con il botto, dopo la tregua sancita tra Trump e Xi e l’accordo sulla non implementazione di nuovi dazi durante tutto il primo trimestre del 2019, ma già da metà settimana una nuova vicenda rialzava il livello della tensione, dopo l’annuncio dell’arresto in Canada, su richiesta degli USA, del vice presidente di Hawei, con tanto di richiesta di estradizione. L’accusa è di aver continuato a rifornire l’Iran, dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Le borse hanno subito reagito molto negativamente, perché si temono nuove ripercussioni nei rapporti tra USA e Cina. 

Sul fronte tassi c’è attesa per l’ultima riunione dell’anno della Fed, che potrebbe procedere ad un nuovo aumento dei tassi prima di concedersi una pausa di riflessione mentre sul fronte EU, Draghi dovrà annunciare lo stop ai rifornimenti attraverso il QE, o una nuova operazione di allentamento quantitativo, soprattutto alla luce del rallentamento in atto per l’economia europea. La UE è probabilmente nel momento più difficile dalla sua nascita. Le politiche di austerità che gli Eurocrati di Bruxelles continuano ad invocare ed imporre (vedi Italia), in realtà hanno portato pochi benefici e una serie infinita di danni. Senza voler scomodare la Grecia, ridotta alla fame dalla Troika e sorvolando sul fatto che il Regno Unito abbia preferito staccarsi dalla UE, c’è la bomba ad orologeria Deutsche Bank (una banca patrimonialmente fallita, che dovrà assolutamente essere salvata per evitare un credit crunch globale in stile 2008, scavalcando le regole UE applicate con tanta solerzia per l’Italia), e la questione Francia, dove è un atto da settimane una rivoluzione popolare contro l’austerità, i salari da fame, l’immigrazione e le tasse, che viene spacciata dal mainstream come una protesta per gli aumenti dei prezzi del carburante. Avete visto per caso aumentare lo spread della Francia, dove vige una fase di assoluta incertezza politica e vengono schierati i carrarmati a protezione degli edifici delle istituzioni? Niente, zero!  Evidentemente qualcosa non torna, visto che quello dell’Italia è schizzato a 300 ed oltre per uno 0.4% di previsione di aumento del deficit per il 2019. 

Le prossime settimane quindi saranno importantissime per verificare come si evolveranno tutti i fronti caldi e quali contromisure saranno prese per arginare le varie problematiche. 

S&P-500

Eur Usd

BTP



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