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Petrolio. Volete capire cosa sta succedendo in America? Usate un microscopio!
(Pag. 2)



La Redazione Articolo pubblicato il 12/03/2019 08:00:28
Il Petrolio non è tutto uguale: se capite questo, allora potrete capire l’intero mercato, dai tagli OPEC allo Shale Boom statunitense…

 

Come diretta conseguenza di quanto affermato in precedenza, i raffinatori di tutto il mondo hanno investito cospicue somme di denaro al fine di adeguarsi alla lavorazione dei gradi pesanti: questo è accaduto negli USA, lungo la costa del Golfo, e nelle economie asiatiche emergenti, che si sono attrezzate per elaborare i gradi aspri e pesanti prodotti in Medio Oriente, dove gli stessi produttori erano impegnati nella costruzione di raffinerie in grado di trattare gli stessi tipi di greggio venduti in Asia.  I recenti sviluppi di mercato stanno di fatto limitando la fornitura di greggio pesante, che, in assenza di contratti a lungo termine, non è più così facilmente reperibile da parte dei raffinatori.

Lo Shale Boom, invece, ha gettato scompiglio, inondando il mercato di un greggio dolce e leggero: quasi l’86% della produzione incrementale tra il 2015 ed il 2018 è costituita da gradi leggeri e lo stesso vale per i tre quarti dell’aumento di fornitura previsto da qui al 2023 (dati Rystad Energy).

E la fornitura di gradi pesanti? Beh… lo abbiamo capito: quella sta diminuendo!

L’aumento della produzione USA ha costretto OPEC e produttori alleati a ridurre la produzione (accordi di Vienna di fine 2016 e fine 2018) nel tentativo di bilanciare domanda ed offerta globali: da novembre 2018 ad oggi la produzione combinata di Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti è diminuita di oltre 1,2 milioni di barili giornalieri.

In calo anche la produzione offshore dell’Africa occidentale con i forti tassi di declino che stanno letteralmente affossando la fornitura in arrivo dall’Angola, dove la mancanza di investimenti adeguarti ha bloccato lo sviluppo di nuovi progetti in grado di compensare la carenza di fornitura dei siti di estrazione più obsoleti.

Ad aumentare la pressioni sono anche le recenti sanzioni contro l’Iran, che hanno ridotto notevolmente la produzione del paese: le esenzioni concesse da Washington che consentono ad alcuni importanti acquirenti di greggio iraniano di continuare ad acquisire il petrolio della repubblica islamica scadono a maggio e non è ancora chiaro se saranno rinnovate o meno, ma una cosa è certa, ossia che se non saranno rinnovate la produzione di Teheran subirà un’ulteriore contrazione.

Nell’area caraibica le cose non vanno di certo meglio, con anni di cattiva gestione che si ripercuotono in modo estremamente negativo sulla produzione di Petrolio di Messico e Venezuela, con quest’ultimo anche esso vittima, come l’Iran, di sanzioni USA.

La carenza di gradi pesanti sta già avendo un impatto a mercato, e, per verificare tale situazione, è sufficiente osservare la dinamica di prezzo che lega il grado saudita Arabian Heavy con quella dell’Arabian Extra Light: nel grafico sopra è evidente la riduzione del gap tra i due prodotti.

Se la carenza di gradi pesanti dovesse protrarsi la tendenza a ridursi del gap in oggetto è destinata a continuare, con notevoli volumi di prodotto bloccati a magazzino al fine di soddisfare le esigenze dei compratori asiatici che hanno stipulato contratti a lungo termine.

E tutti gli altri raffinatori che hanno investito capitali enormi per adeguarsi ai gradi pesanti? Peggio per loro…

 

Fonte Bloomberg


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