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Petrolio Shale: serviranno anni per recuperare…
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La Redazione Articolo pubblicato il 25/06/2020 05:30:00
Un pozzo shale da il suo meglio nel periodo immediatamente successivo al completamento del pozzo stesso, ma al termine del primo anno l’output potrebbe risultare in calo già del 60%, ragion per cui è necessario perforare sempre più pozzi al fine di compensare il forte calo, ma questo richiede denaro, che attualmente scarseggia…

 

Le principali compagnie petrolifere attive nel settore shale statunitense stanno riavviando la produzione nei siti ove era stata interrotta a causa della crisi indotta dalla pandemia di coronavirus, ma il quadro complessivo non è così roseo come taluni lo dipingono.

Il riavvio della produzione descritto appena sopra farà ben poco per condurre ad una nuova crescita, e, se è vero che già da prima della crisi i finanziamenti a questo settore latitavano, con gli investitori che chiedevano sempre più a gran voce di concentrarsi sul ritorno economico e non sulla produzione, ancor più vero è che la situazione, in questo senso, sta peggiorando e pone grandi ostacoli lungo la strada della crescita.

Le previsioni a 18 mesi citate da Bloomberg indicando gli esiti di un recente sondaggio indicano che la produzione USA sarà ancora inferiore rispetto al picco di febbraio per il 16%, mentre, per vedere nuovamente un output a ridosso dei 13 milioni di barili giornalieri, sarà necessario attendere almeno sino al 2023.

Anche in queste condizioni, tuttavia, OPEC e produttori alleati non dovrebbero rilassarsi più di tanto, in quanto il settore shale possiede una grande forza, che potrebbe essere espressa in tutta la sua potenza nel caso in cui i prezzi dovessero salire in un range compreso tra 55 e 65 dollari per barile per un congruo periodo di tempo.

Nel giro di 15 anni la produzione shale è raddoppiata, lasciando di sasso coloro che mostravano un forte scetticismo in merito alle potenzialità di questo settore, ma per giungere a questo risultato si è reso necessario un impegno economico enorme, pari a circa 340 miliardi di dollari negli ultimi 11 anni, e, oltretutto, con uno scarso ritorno economico per gli investitori.

Nel mese di marzo, non appena i prezzi del greggio hanno iniziato a crollare sotto il peso del calo della domanda, i produttori shale hanno tirato i remi in barca, rallentando la produzione e togliendo dal mercato circa 1,75 milioni di barili giornalieri di greggio.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito ad un recupero, ma potrebbe essere di breve durata: il WTI è salito sino a raggiungere i 40 dollari per barile concedendo un po’ di sollievo ai produttori shale che hanno contribuito al recupero della produzione USA che si attesta, al termine della passata settimana, a 10,8 milioni di barili giornalieri.

 

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