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Petrolio: la debole mano dell’Arabia Saudita
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La Redazione Articolo pubblicato il 03/12/2018 12:00:09
La partita che si troverà a giocare il ministro dell’energia saudita Khaled Al Falih nel corso del meeting OPEC del 6 e 7 dicembre 2018 non sarà delle più semplici...

 

La partita che si troverà a giocare il ministro dell’energia saudita Khaled Al Falih nel corso del meeting OPEC del 6 e 7 dicembre 2018 non sarà delle più semplici: il ministro dovrà convincere gli altri produttori ad aderire ad una contrazione produttiva come quella messa in atto nel 2017 al fine di evitare un nuovo crollo delle quotazioni del barile.

I prezzi del Brent sono in forte calo, la struttura di mercato si è trasformata in un contango e la situazione si mostra sorprendentemente simile a quella del 2014, con la produzione Shale statunitense in forte aumento in un contesto connotato da un calo dei consumi su base globale.

Per l’Arabia Saudita, tuttavia, la situazione è ancor peggiore, con le riserve estere ufficiali che si attestano di poco al di sopra dei 500 miliardi di dollari contro i 750 miliardi di dollari - o poco meno - del 2014: questo significa che il Regno non può assolutamente permettersi un nuovo crollo delle entrate derivanti dal Petrolio, ragion per cui dovrà ridurre la produzione tentando di convincere gli altri produttori, OPEC e non, a fare lo stesso condividendo l’onere dell’intervento.

In ballo anche i rapporti con gli Stati Uniti, e questo significa che qualsiasi intervento sulla produzione dovrà essere tale da non contrariare il volere di Donald Trump che, come ben sappiamo, ormai da tempo invoca prezzi del greggio contenuti.

 

2014 o 2016?

L’Arabia Saudita si trova di fronte al classico bivio: tagliare la produzione per proteggere i prezzi da una parte e, dall’altra, lasciare che le quotazioni del barile continuino a scendere difendendo così le quote di mercato della nazione.

Nel mese di novembre 2014 la scelta fu quella di difendere le quote di mercato: questo, effettivamente, rallentò l’espansione dello Shale Oil USA ma, allo stesso tempo, letteralmente distrusse le finanze del Regno; a dicembre 2016 furono i prezzi ad essere sostenuti, ma questo si è tradotto non solo in una migliore situazione delle finanze statali, ma nella rapida espansione della produzione Shale che noi tutti ben conosciamo.

Le scelte del 2014, sotto l’amministrazione di Ali Al Naimi, sono tradizionalmente considerate come un fallimento, mentre quelle del 2016, sotto l’egida del ministro dell’energia Khaled Al Falih, sono considerate un vero e proprio successo, anche se questo ha stimolato le operazioni Shale in terra statunitense.

 

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